Il prodotto
intero lordo (PIL) non ha niente a che fare con il benessere dei cittadini di
un paese: il PIL rappresenta solo il valore totale di tutti i beni e servizi
finali prodotti in un paese.
Questo valore non corrisponde esattamente al reddito dei lavoratori di
un paese, e il suo aumento, ossia la fantomatica “Crescita”, non ci da necessariamente
indicazioni positive sull’aumento dell’occupazione: con la crescente
meccanizzazione della produzione, infatti, si potrebbe far aumentare il PIL
riducendo i lavoratori occupati, sostituendoli con le macchine.
Gli economisti classici hanno sempre sostenuto che la meccanizzazione
della produzione non avrebbe aumentato la disoccupazione, perché ai lavoratori
non qualificati (che vengono sostituiti dalle macchine) si sostituiscono i
lavoratori qualificati (che le macchine le progettano e le riparano). Come al
solito quindi le teorie economiche rimangono nel mondo della fantasia e
non considerano mai la dimensione temporale:
-
che fine fanno nell’immediato i lavoratori che
perdono il lavoro?
-
quanto ci vorrebbe (e sarebbe possibile?) farli
diventare lavoratori qualificati?
-
quante persone ci vogliono per progettare le
macchine che hanno sostituito gli uomini? Lo stesso numero che prima svolgeva
il lavoro manuale o più verosimilmente molte di meno?
Il PIL poi non
ha niente a che fare con il benessere puro dei cittadini, inteso come felicità,
soddisfazione. Risale al 1974 lo studio di Easterlin, economista americano che
dimostrò come oltre un certo livello di ricchezza del sistema paese e di
reddito individuale la felicità delle persone non aumenta, e in alcuni casi
diminuisce.
Da allora si sono moltiplicati gli studi che hanno dimostrato come i paesi più felici del mondo non siano necessariamente i più ricchi. Ma
questa nuova branca di studi, definita economia della felicità, è rimasta da
sempre in secondo piano, e i governi dei paesi industrializzati non hanno
praticamente mai preso in considerazione la questione (a parte il premier inglese Cameron).
In Italia figuriamoci… mai considerata la felicità dei cittadini, si è
presa a riferimento la sola crescita del PIL quando si sarebbe dovuto
considerare molto di più non solo la quantità di occupati, ma soprattutto la
qualità dell’occupazione. E ora non solo gli occupati sono sempre di meno, ma una enorme parte sono precari, in nero, o a rischio di licenziamento.
La
sopravvivenza di una società ha molto poco a che fare con i numeri, e molto
dipende dalla qualità della vita dei suoi componenti: sembra un concetto banale
ma forse, proprio perché banale, è stato dato veramente troppo per scontato.
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